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Norwegian Wood

Rieccoci con un altro Murakami. L’ho letto per la maggior parte in viaggio, scomoda sul sedile del passeggero per quattro ore – per fortuna non proprio filate – andata e quattro ore – sempre con qualche breve pausa – ritorno. L’effetto è stato strano: Murakami ha, già di suo, la capacità di stravolgere spazio e tempo attorno al lettore, fino a catapultarti fuori dal mondo; aggiungiamo che leggere in viaggio ha sostanzialmente lo stesso effetto, il risultato è una Maestra disorientata che si aggira per Milano* pensando di essere nella Tōkyō degli anni ’70.

*Milano dove ho comprato altri tre libri di Murakami, tanto per farvi sapere cosa vi aspetta.

Genere: è un romanzo intimista, introspettivo, un racconto di formazione e anche una storia d’amore, di tanti amori, e di morte. Murakami non è mai una cosa sola, fateci l’abitudine.

Trama: Torū e Naoko si avvicinano dopo la morte di Kizuki, migliore amico di lui e fidanzato di lei. Il loro rapporto si trasforma in un amore puro, cristallino come acqua di sorgente, perfetto come una natura morta. E morto lo è davvero, perché in Naoko qualcosa è morto assieme a Kizuki, e presto andrà in una clinica per riprendersi dai problemi nervosi e mentali. In clinica farà amicizia con Reiko, una donna immobilizzata dalla paura del mondo, che grazie a Torū comincerà a far pace con l’esterno.
Torū lentamente si avvicina anche a Midori, frizzante, energica, piena di vita nonostante i mille problemi della sua esistenza.
Il dubbio tra le due ragazze e tutto ciò che ne conseguirà porteranno Torū a crescere, a imparare molto sulla vita e su di sé, e a imparare forse anche la felicità e il suo prezzo.

Stile: asciutto e pulito, è il solito stile di Murakami che ti trascina nel racconto e ti porta dove vuole lui. Il lettore non può fare nient’altro che seguire la corrente, o opporsi strenuamente e chiudere il libro.

Personaggi: caratterizzati, come al solito, in maniera perfetta. Sono umani nel modo più profondo, la descrizione stessa dell’umanità; pensieri e azioni che normalmente ci teniamo dentro, per pudore o per vergogna, vengono fissati su carta con la massima semplicità, senza giudizio alcuno, in perfetta serenità. Torū, Naoko, Midori e Reiko sono, nei pregi e nei difetti, noi, amplificati dal silenzio della vita.

Commento: non è il solito Murakami, e inizialmente mi ha spiazzata. Dov’è la distorsione nella logica della realtà, qui?, mi sono chiesta all’inizio. Murakami mi piace per questo, perché distorce, contorce e grazie a questo chiarisce.
Poi ho capito. Così come in Kafka o nella Pecora la distorsione è nella realtà esterna, qua a essere scossa è la realtà interna, partendo da qualcosa che diamo per quotidiano, per doloroso ma normale, come la morte di una persona cara, finché non tocca anche a noi chiederci cosa c’è di normale nell’amare una persona e improvvisamente vedersela strappata via – cosa resta di normale, nel mondo interno di chi resta? Eccola qui la distorsione, tutta soggettiva e personale: non poter mai più guardare, toccare, abbracciare la persona che ami di più al mondo.
E personale è anche la chiarificazione che ne segue, nell’animo di Torū, e del lettore trascinato con lui dal fluire di Murakami.

Voto: 10/10

Consigliato: a chi vuole crescere, ma crescere per davvero, non solo all’anagrafe. E per farlo non ha paura di un viaggio nel dolore.

Vi lascio con una canzone di Vecchioni, Euridice, che in un certo senso ha lo stesso messaggio e gli stessi destinatari. Bagno di dolore. Catarsi. Sipario.